Gay-Odin: una dolce storia.

A fine ‘800, arrivò a Napoli il cioccolatiere piemontese di origine svizzera Isidoro Odin e qui aprì un laboratorio-bottega in via Chiaia. Isidoro produceva una scelta di cioccolatini così originale e varia che lo portò in breve tempo ad essere famoso. Al primo negozio si aggiunsero così altri due in via Toledo e poi, nel 1922, una fabbrica in via Vetriera. In seguito al matrimonio di Isidoro con Onorina Gay nascerà il marchio “Gay-Odin”. Isidoro, non avendo avuto figli, trasferirà tutti i segreti del mestiere a Giulio Castaldi il quale, a sua volta, trasferirà la fabbrica alla famiglia Maglietta che ancora oggi continua con successo l’attività . Gay-Odin, dal 1993, è stato dichiarato monumento nazionale. Una delle sue specialità più famose è la cioccolata “ foresta”, rami di cioccolato che si intrecciano.

GAY ODIN, napoli


SEI DI NAPOLI ? MANDAMI UNA “VONGOLA”!

Ciao!

Sei di Napoli? Hai amici napoletani? Ti spiego:

Questo blog è inserito nel sito  vongolen@pulitane  dove puoi trovare un po’ di tutto sull’arte, il dialetto e la cultura napoletana vista nel quotidiano. Nel sito troverai, tra l’altro, divertenti strafalcioni sentiti in giro per Napoli (qui vengono definite “vongole”).Vuoi aiutarmi ad incrementare la raccolta? Inviami a commento di questo post gli strafalcioni in dialetto napoletano che anche tu hai sentito in giro e se ti fa piacere, specifica il tuo nome, la città e, brevemente, chi è l’autore della “vongola”(ovviamente non il nome e cognome) e la circostanza in cui è stata “cacciata”. Le migliori “vongole” verranno inserite in una apposita sezione nella pagina le vostre vongole

Ci proviamo?

Grazie a tutti.

 

ACQUA ‘E MUMMARA.

di Gianna Caiazzo

 

È stato sicuramente prima del 2000, anno in cui fu ufficialmente aperta (e presto richiusa) ai cittadini la  fonte di Via Riccardo Filangieri Candida Gonzaga che ho potuto assaggiare la famosa acqua sulfurea o ferrata detta dai napoletani acqua “zurfegna” o “suffregna”che sgorgava proprio da un’apertura nella parete sul  perimetro del Palazzo Reale di Napoli. La fonte era protetta da una grata ma con le maglie abbastanza larghe da poterci infilare un’asticella a cui  era stato legato un bicchiere di plastica. Finalmente la mia curiosità sull’acqua di mmummara stava per essere soddisfatta.

Attesi qualche scondo prima di poterla bere, giusto il tempo di vedere depositarsi sul fondo dei granuli rossastri ,credo si trattasse del ferro. L’odore di zolfo non era davvero eccessivo, il sapore non sgradevole ma trovai che la consistenza dell’acqua fosse un po’ pesante, personalmente sentii che non sarei riuscita a berne grandi quantità. Eppure questa, una volta, era l’acqua del popolo e fino agli anni ’50 era venduta per le strade o dagli acquafrescai che la usavano per ‘allungare’ aranciate o limonate.

Era attinta liberamente alla fonte del Chiatamone, una strada ai piedi del monte Echia (da qui anche il nome di acqua del Chiatamone) e raccolta nelle mmummare, orci di terracotta a doppia ansa. Veniva venduta al dettaglio nelle mmummarelle, più piccole, da cui normalmente la si beveva e che venivano poi  restituite e riutilizzate, credo contro ogni principio di igiene.

Nel ’73, in seguito al colera, la fonte del Chiatamone fu chiusa perchè ritenuta infetta, così scomparve l’acqua, le mmummare e con esse una caratteristica di Napoli.

Una caratteristica cosi’ radicata che qui e ed in nessun altro luogo in Italia, ancora oggi, si definisce ‘faccia ‘e mmummara’ un volto molto paffuto con zigomi sporgenti, di quelli detti ‘a palloncino’.

Infine, sembra che in alcuni casi le mmummare siano state utilzzate sinanche come camera d’aria nella costruzione o forse nel rifacimento della pavimentazione di edifici antichi, come può dedursi dal loro ritrovamento in loco durante dei lavori.

Ma voi, avete mai visto una vera mmummara?

mummara

 

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TAKE AWAY NAPOLETANO.

di Gianna Caiazzo.

Nel TG di qualche giorno fa si decantavano le delizie take away, i cibi di strada di varie città  italiane: Non si puo’ passare per Firenze senza assaggiare il famoso lampredotto (trippa in brodo), se vai in Puglia non puoi non deliziarti con le “esplosive” bombette (spiedini di bocconcini di salsiccia piccante), a Palermo il panì ca meuza (panino con trippa e frattaglie bollite). E a Napoli? Cosa offre il panorama del “fast food” partenopeo?

Se si vuole visitare la città ed essere certi di non aver tralasciato di provare alcune delle bontà più tipiche consiglio allora di iniziare dalla colazione, ovviamente potete scegliere se suddividere il tutto tra più giorni o fare una ‘full immersion’ da brivido.

Un buon caffè napoletano, di quelli ristretti, con sopra quel velo di soffice schiuma potrà egregiamente accompagnarsi ad una bella sfogliatella, la frivola riccia o la pacata, rassicurante frolla. Se nella tarda mattinata siete in giro per i vicoli brulicanti di vita, pervasi da odori e rumori, non potrete fare a meno di seguire il vostro olfatto fino a quella friggitoria dove vi accaparrerete un caldo cartoccio di zeppole e panzarotti1 che sicuramente i più curiosi arricchiranno con qualche palla di riso 2, qualche melanzana o sciurillo cu ‘a  pastetta3 o ‘nu scagliuozzo ‘e farenella4. A pranzo, inutile dirlo, la signora Pizza, la sensuale, la provocante, la maliarda, vi aspetta ovunque, pronta a sedurvi con il suo profumo, i suoi colori, il suo calore. Toccatela, con le mani, non vi accontentate di un platonico approccio demandato a coltello e forchetta.

Nel pomeriggio, se siete stanchi di aver girato a lungo rinfrancatevi lo spirito, “ripigliatevi” con un bel babbà al rum.

A sera, nei quartieri popolari o anche sul lungomare, potrete trovare i caratteristci motocarretti  che offrono ‘o pero e ‘o musso5 cosparso di solo limone e di una spruzzata di sale che, come in un rituale, fuoriesce da un beneagurante corno bovino, cornucopia di gusto e semplicità.

“Ma pecchè”mi scrive Angela, azzeccandoci la rima “‘o tarallo cu ‘a birra ‘o vulessemo jettà?”

Se vi sembra che questo post vi abbia già appesantito, un goccio di limoncello 6 certo potrà aiutarvi.

1) Semplice pasta cresciuta e fritta e piccole crocchette di patate.

2) Arancini di riso in bianco cacio, uova e pepe.

3) Melanzana o fiore di zucca in pastella.

4) Frittelle di farina gialla e acqua condite poca sugna cacio e pepe

5) Stinco, muso (ma anche trippa ed altre frattaglie) di bue  e maiale.

6) Famoso liquore di infuso di bucce di limone.

 

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HALLOWEEN: USA LA ZUCCA!

ZUCCA HALLOWEEN

USA LA ZUCCA…E MANTIENI ANCHE LE TUE TRADIZIONI.

BUON HALLOWEEN, BUON OGNISSANTI.
Stampa il biglietto o invialo per posta elettronica attraverso il menu del tasto destro.
© Gianna Caiazzo (vongolen@pulitane) www.vongolenapulitane.it -Free per uso privato-non rimuovere il logo.

HALLOWEEN PARTENOPEO.

di Gianna Caiazzo.

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Già da alcuni anni, grazie anche all’ausilio del mercato cinese, siamo stati invasi da zucche di tutti i tipi e di tutti i materiali, le tipiche lanterne di all allows even, la vigilia di ognissanti, Halloween, insomma. Nonostante il tipico nome da gangster napolamericano, Jack o’ lantern, questo è il nome della cocozza, è proprio made in USA anche se probabilmente ha origini nelle tradizioni importate da immigrati europei. 

Abbiamo accolto questa usanza con grande simpatia, proliferano dolcetti a forma di teschio, spiritello ed altre cosine ‘allegre’. Ovunque si consigliano ricette per cene a base di zucca, ovunque si organizzano feste in maschera a tema horror per movimentare  le “già troppo tranquille” notti in discoteca. Sempre aperti alle novità, quindi, soprattutto se parlano inglese, anche a costo di mettere da parte qualche nostra usanza per fare spazio alle importazioni. Rispolverando i miei ricordi di bambina, però, ho trovato in un’antica e forse poco conosciuta tradizione napoletana una qualche analogia con quella di origine celtica di cui parliamo.

Intorno agli anni ’70, infatti, anche i bambini napoletani, nel periodo dei “morti”, si divertivano ad andare in giro per i vicoli portando una piccola scatola di cartone, con una fessura alla sommità, che avevano essi stessi diligentemente costruito. Sulla scatola avevano disegnato un teschio a mo’ di quello dei pirati o di “chi tocca i fili muore”. Ci avevano inserito dentro una monetina, l’obolo di partenza ricevuto, di solito, dai genitori. Così, agitando la scatoletta e facendo sbatacchiare la monetina al suo interno, scorrazzavano a gruppetti e, ridendo e urlando, fermavano i passanti al cui indirizzo intonavano una cantilena, tramandata loro dai nonni, che mi sembra incredibilmente analoga al sintetico ed angloassone “trick or treat”.

     

SIGNURÌ  ‘E MUORTE

SOTT ‘Â PÉTTOLA* CHE NCE PUORTE

E NCE PUORTE ‘E CUNFETTIÉLLE

SIGNURÌ  ‘E MURTICIÉLLE!

 

Molti, intimiditi dall’esuberanza dei bambini che saltavano loro intorno, o temendo di essere scherniti davanti agli altri o soltanto per simpatia e divertimento, contribuivano inserendo qualche spicciolo (non più gli antichi cunfettielli) nella preziosa urna. E il contenuto, via via, tra la gioia dei piccoli, tintinnava sempre di più.

 *Falda della camicia  

55cced9d6874d48991081f3f242bd321.gifascolta la filastrocca

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Tradizioni napoletane.

di Gianna Caiazzo.

Oggi, 24 Giugno si festeggia san Giovanni Battista. Una volta questo era uno dei giorni preferiti per celebrare le prime comunioni. A Napoli, ancora oggi, tra i genitori di un battezzato ed il compare (o la commara) di quest’ultimo si usa reciprocamente definirsi “san Giuanne” in ricordo del Battesimo di Cristo. Una volta poi, la notte prima di questa ricorrenza, le bambine si divertivano a lasciare fuori dalla finestra un recipiente d’acqua in cui avevano versato del piombo fuso. La forma che il metallo avrebbe assunto sarebbe stato, all’indomani, rivelatrice del mestiere che il futuro, ipotetico sposo avrebbe svolto. Un’altra usanza tutta napoletana che forse ancora debolmente resiste, era quella di preparare, in occasione di un onomastico (soprattutto dei capifamiglia) una buona dose di cioccolato liquido ed offrirne ai vicini per renderli partecipi della festività. Nel giorno del proprio onomastico, infatti, ognuno doveva fare le “cacciate” ovvero doveva necessariamente offrire qualcosa di buono. Oggi, ad amici e colleghi, soprattutto se si ricordano di farti gli auguri, si usa offrire almeno un caffè:”Jammece a ppiglià ‘o ccafè ca ogge è ‘o nomme mio!”

Oggi è il mio onomastico ed io, come vuole la tradizione, offro virtualmente a tutti i miei webamici una bella tazza di caffè napoletano.

                                              
TAZZA DI CAFFE'
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